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Kazuyo Sejima

Kazuyo Sejima - Studio Mario Caldiroli

 

L’uomo dentro l’architettura
06/02/2011

 

 

 

Mi sono state commissionate, per questo spazio, recensioni e riflessioni riguardanti «temi, contenuti, persone, opere, soggetti, oggetti» e, in generale, «tutto ciò che può essere di interesse collettivo». Vorrei iniziare, allora, proprio da una persona; lei si chiama Kazuyo Sejima, giapponese, classe 1956. Se il suo nome, che evoca terre e orizzonti lontani, inizia ad essere conosciuto anche qui in Italia da un pubblico di non specialisti è grazie al prestigioso ruolo affidatole di direttore della 12ma Mostra internazionale dell’Architettura di Venezia (29 agosto - 21 novembre 2010). Kazuyo Sejima è un architetto. Anzi, per la verità, potrebbe essere annoverata tra quelle che si è solito definire, con una brutto neologismo, archistars, progettisti all’apice della carriera, che realizzano opere stratosferiche sparse per il pianeta. Chi li critica dice di loro che sono spesso più interessati alla forma degli edifici che non al loro contenuto, che poi saremo noi, gli esseri umani che ne fruiranno.

Tuttavia, se si è scelto proprio la figura di Kazuyo Sejima per inaugurare lo spazio delle recensioni è perché nel suo pensiero e nella sua opera non si trova nulla del genere. Con le archistars Sejima ha in comune le grandi committenze, i premi prestigiosi, (ha ottenuto nel maggio di quest’anno il Pritzker Architecture Prize) e le importanti realizzazioni (dal New Museum of Contemporary Art di New York al Serpentine Pavilion di Londra, dal Christian Dior Building di Omotesando, Tokio, al 21st Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa).

Ma l’analogia termina qui. La sua idea per la Biennale va proprio nel verso opposto; il tema pensato è “Le città vivibili” e a chi le chiede che cosa secondo lei renda tale una città, Sejima risponde: «Spazi flessibili che stimolino un dialogo tra l’architettura e le persone, tenendo conto delle loro esigenze e dei loro desideri». Perché la Biennale deve essere «tutto e ogni cosa, fondamentalmente inclusiva, in dialogo costante sia con chi la fa, sia con chi la guarda». Ecco, chi guarda. Chi guarda siamo noi, noi che non siamo né architetti, né ingegneri, né muratori, ma con l’architettura facciamo i conti, sempre e comunque, molto più che con le altre forme d’arte, perché è in edifici che, necessariamente, dobbiamo vivere. Perché un brutto quadro chiuso in un museo urta solo la sensibilità dei pochi che andranno a vederlo, ma un brutto condominio, un brutto quartiere, una brutta città, quelli no. Quelli li vediamo tutti, ogni giorno, camminandoci vicino, attraversandolo, abitandoci. E forse, vivendo in brutte città, finiamo col diventare un po’ più brutti anche noi. Ma un modo alternativo c’è; innanzitutto, si deve aver ben chiaro l’obiettivo, ossia, dice ancora la nostra protagonista, la realizzazione di «un’architettura radicata nel suo utilizzo collettivo», che consideri come primarie «le relazioni tra persone in contesti pubblici e privati». Edifici «che vengano compresi così come sono, piuttosto che come rappresentazioni».

Perché l’arte non è, come qualcuno, a volte, dice «un piacevole sfondo che rende la vita più graziosa», ma una necessità essenziale della quale abbiamo bisogno proprio come abbiamo bisogno di nutrire il nostro corpo e, perché no, la nostra mente. 

By Carlotta Caldiroli

 

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